Accademia di Kinesiologia

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Terapia come Educazione.

 

Educazione è un termine che deriva direttamente dal Latino "ex duco", porto fuori. Ma fuori da che cosa? Si può certo ritenere fuori dall'ignoranza, anche se un esame più attento sarebbe certamente opportuno considerando ciò che viene spesso assunto come 'colto' o 'ignorante' da un punto di vista formale.

Un cambiamento rilevante, anche se discreto, è in atto da anni nell'ambito terapeutico, ed esso ha inaspettati punti di contatto proprio con l'Educazione. Appare infatti sempre più evidente il limite di un approccio 'esterno', in cui il paziente è oggetto delle cure amministrate da un responsabile, rispetto ad un approccio 'interno', in cui le risorse proprie della persona vengono attivamente stimolate e riorganizzate dal terapeuta preposto. In tal modo il terapeuta (parola che etimologicamente deriva dal Greco 'therapéia', nel senso di 'servizio') diventa veramente al servizio della persona "educandola fuori" dal disagio, non togliendole ma anzi enfatizzando in lei proprio ciò che essa ha di più rilevante: la responsabilità nella conduzione della propria vita.

Del resto la conoscenza, quella profonda, porta di necessità con sé un maggiore rispetto verso tutto ciò che è conosciuto. Una maggiore conoscenza della realtà, particolarmente se rivolta alla meraviglia presente in qualsiasi essere umano, non fa certamente eccezione in tal senso.

Qualsiasi individuo è infatti composto da miliardi di cellule, più o meno il numero totale degli esseri umani attualmente presenti sulla Terra. Come ogni microbiologo sa, ciascuna cellula costituisce in sé un essere vivente autonomo ed estremamente sofisticato, in grado di eseguire al proprio interno processi oltremodo articolati e complessi, nonché di evidenziare capacità di comunicazione e di interazione con l’ambiente assolutamente sorprendenti nelle loro evidenze sperimentali (si vedano al riguardo i lavori pionieristici svolti più di trent'anni fa dal Dr. Cleve Baxter), che vanno ben al di là delle nostre attuali capacità di comprensione.

Ogni essere umano è dunque costituito, di fatto, da alcuni miliardi di esseri autonomi (nonché altamente sofisticati e complessi), come viene riportato in qualsiasi testo di Biologia. Se risulta estremamente difficile, e al limite delle nostre attuali conoscenze, studiare i meccanismi di interazione reciproca fra due di tali cellule, possiamo concepire il significato di un’interazione reciproca e ‘intelligente’ fra alcuni miliardi di esse? Eppure questo è quel che accade in ogni momento in ciascun essere umano.

Nella prospettiva di un meccanismo interattivo di tale complessità, considerato anche nel suo rapporto con l’esterno, l’insorgenza e l’evoluzione di qualsiasi disagio personale assume delle caratteristiche che paiono superare qualsiasi possibile ‘conoscenza’ esterna, a prescindere dalle competenze acquisite dal singolo operatore. E visto in quest’ottica, appare davvero meraviglioso il poter a volte individuare dei “macrosistemi”, seguendo le cui leggi generali la medicina attuale ha avuto modo di ottenere vari successi.

Purtroppo tale approccio terapeutico, in sé assai recente dato che risale ad appena un secolo fa, non ha mancato di evidenziare anche molti insuccessi, che col tempo divengono sempre più evidenti e che dipendono fortemente dall’approccio sin qui utilizzato.

È infatti prassi clinica, ormai da parecchi anni, assumere che il medico debba costituire nei confronti del paziente una figura ‘autoritaria’, giustificando tale scelta con la necessità di tranquillizzare e rassicurare il paziente, evidenziandogli come “l’esperto” abbia la sua situazione perfettamente sotto controllo.

Al di là dei rischi coinvolti con tale scelta, che purtroppo si presta ad interventi arbitrariamente autoritari se non direttamente manipolativi, i costi ad essa connessi rimangono purtroppo elevatissimi. In molti casi infatti il sistema individuale, invece di essere aiutato e sostenuto nel suo processo naturale di guarigione che coinvolge solitamente vari aspetti sintomatici, risulta anzi appesantito e ostacolato da interventi esterni messi in atto magari con le migliori intenzioni, ma rendenti di fatto più gravoso il già difficile processo di guarigione in corso nell’organismo. Processo questo che non manca mai di avvalersi in maniera sinergica di tutte le risorse a disposizione dell'individuo.

In aggiunta a ciò si manifesta un costo rilevante anche a carico del medico, che ricopre così una posizione estremamente difficile e frustrante al momento in cui deve assumere agli occhi del paziente il ruolo di colui che comprende il suo stato e si assume la responsabilità della sua guarigione. Posizione questa che nessun essere umano, medico o non medico, è in grado di assumere, con la sola eccezione del paziente stesso.

Anche nell’ambito delle Medicine Non Convenzionali capita spesso di sentir parlare di “approccio educativo”, dove l’educazione (al benessere) in questo caso consiste nell’illustrare modalità che la persona possa direttamente seguire per migliorare e mantenere il suo stato di salute. L’approccio in questo caso ha il grosso vantaggio di non minare la capacità, la responsabilità e l’autorità del vero esperto su quell’argomento, e cioè la persona stessa che ha evoluto quel disagio in maniera complessa e articolata. Dall’altra parte tale approccio raggiunge presto il suo limite constatando come tale capacità, responsabilità e autorità venga espressa dal singolo individuo nei confronti di sé stesso in una maniera che va ben al di là di una semplice consapevolezza razionale.

Ci si ritrova così di fronte al paradosso terapeutico per eccellenza. La persona ha sviluppato il suo disagio in maniera estremamente articolata e complessa, e ne gestisce l’evoluzione con competenza e sicurezza, ma senza una effettiva consapevolezza reale. È il massimo esperto al riguardo, e mantiene in sé le capacità di evolvere quella situazione in qualsiasi direzione: malgrado ciò, nella maggior parte dei casi, abbisogna del riferimento esterno di un terapeuta per ‘catalizzare’ quei processi di guarigione che poi, comunque, sarà lei stessa a mettere in atto.

Ma se la persona mantiene già in sé la chiave per la sua guarigione, perché non la utilizza? A quanto pare il ruolo cruciale è qui ricoperto dai propri riferimenti, che la persona mantiene ed utilizza in maniera perfettamente inconsapevole.

Fornire al sistema gestionale della persona, che opera ben al di sotto della sua soglia di consapevolezza, informazioni corrette sullo stato effettivo del sistema e delle sue risorse disponibili, è molto spesso sufficiente a garantire una pronta risoluzione del disagio laddove altre strade abbiano fallito, e consente inoltre di non imporre al sistema della persona il peso di un’ingerenza esterna non necessariamente in linea con i processi in quel momento in atto, consentendo invece di sostenerli dall’interno, grazie alle risorse e alle competenze di chi meglio di ogni altro conosce quelle specifiche necessità.

Un tale approccio può certamente apparire interessante a livello teorico, ma come riuscire a metterlo in atto nella pratica? Da alcuni anni gli strumenti per poterlo realizzare sono stati compiutamente messi a disposizione grazie agli sviluppi di una branca particolarmente avanzata della Kinesiologia Contemporanea, denominata Cyberkinetics e sviluppata in Inghilterra dal Dr. Alan Sales.

Tramite modalità mutuate direttamente dalla Cibernetica, risulta così possibile attraverso delicati contatti manuali comunicare ed interagire con il sistema individuale in una maniera assolutamente rispettosa verso le sue specifiche esigenze, favorendo in maniera profondamente innovativa, ed estremamente efficace, la risoluzione di un'ampissima gamma di disagi.

Tramite Cyberkinetics diventa in questo modo possibile per il terapeuta compiere nel modo migliore il suo servizio ('therapéia') a favore della persona, educandola attraverso le sue proprie risorse alla risoluzione del disagio, non togliendo ma anzi rafforzando in lei il diritto al rispetto e alla responsabilità, e trasformando in apprendimento personale la risoluzione del suo disagio specifico. Un'educazione in cui il disagio diventa l'elemento catalizzante per una profonda riorganizzazione delle capacità e risorse personali, in precedenza latenti, e direttamente così coinvolte nella sua risoluzione.

L'Educazione come Servizio, la Terapia come 'Therapéia'.

 

Dr. Diego Vellam

Accademia di Kinesiologia - Italy

 

 

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